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UN VIAGGIO AGLI INIZI DELL'OTTOCENTO DA NAPOLI E LECCE, PASSANDO PER AVELLINO, FOGGIA E TARANTO

APPUNTI DI VIAGGIO DEL MARCHESE CEVA GRIMALDI DEL 1818

A Barletta Eraclio descritto “vestito come un fornaio”. I teatri la sua ossessione. Galatina la città più bella della Terra d’Otranto
Giuseppe Ceva Grimaldi è stato un personaggio politico di primo piano a cavallo tra il XVIII e XIX secolo. Ha ricoperto diverse cariche all'interno del Regno di Napoli preunitario, tra questi la carica di funzionario dello Stato borbonico per circa trent’anni (tra il 1815 e il 1848) e Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1848. Di stirpe nobile, in quanto marchese di Pietracatella, duca delle Pesche, nacque a Napoli l’8 settembre del 1777, si avvicinò alla politica studiando le idee degli illuministi e seguendo con particolare interesse le vicende conseguenti alla Rivoluzione Francese. Ma quello che di lui vorremmo narrare non sono le gesta da funzionario di Stato, quanto quelle di geografo, storico e attento osservatore del territorio, della società e dell’urbanistica. La sua inclinazione per le più disparate discipline e molteplici interessi culturali lo portarono   a compiere un viaggio, nel 1818, dalla capitale del Regno, Napoli, fino alla Provincia di Terra d’Otranto, a Lecce, percorrendo quella che poteva essere la via Appia-Traiana e attualmente individuabile con gli assi stradali della A16 (Napoli-Bari) e poi percorrendo la penisola Salentina costeggiando l’Adriatico e poi lo Ionio. Il suo impegno venne raccolto in un testo, "Itinerario da Napoli a Lecce", che venne pubblicato nel 1821. Vale la pena citare qualche spunto interessante che il Ceva Grimaldi appuntò lungo la tratta Napoli-Lecce. Parte da Acerra la sua descrizione, focalizzando la sua riflessione sulla natalità acerrana della maschera di Pulcinella, dicendo "sia lieta Acerra d’aver data origine a questa maschera gioviale, che i talenti del nostro Gian Cola resero così illustre".
 
Dopo Acerra, salendo verso l’Appennino, descrive la storia e la geografia di Montevergine, scrivendo come “la strada vi conduce dalle falde del monte è pittoresca aggirandosi in sentieri sempre tortuosi […]. Di rincontro si vede il bel mare di Salerno, alla destra il Vesuvio Napoli il colle di S. Martino, alla sinistra la Puglia, e sotto l'ampia valle ove è posta Avellino. Ma nell'accostarsi alle sacre mura del cenobio l’anima è penetrata da sentimenti di sacro rispetto". Di Avellino non lascia un’immagine bellissima, affermando di trovarla più “ricca che bella” e che si fabbricano comodissime sedie per tutto il Regno. Proseguendo descrive come “tristi” i paesaggi di Grottaminarda e Ariano Irpino, prima di instradarsi verso il tavoliere delle Puglie sostando a Foggia. La città viene descritta come ben articolata, con strade larghe, con il Palazzo Comunale dalla “bella apparenza” ed una bella Cattedrale. Inoltre descrive una piazza unica nel suo genere, come non ne ha mai viste simili: “Non vi ha però nell’universo […] chiamata “le fosse del grano”, ove in tante cisterne conservasi immensa quantità di frumento, che forma la ricchezza della provincia, e talvolta la sussistenza di buona parte del Regno”. Questa descrizione viene però accompagnata da un quadro con “tinta spiacevole: gli alberghi sono cattivi assai. L’infelice viaggiatore, che vi arriva, è ricevuto alle soglie di essi da falange d’insetti che il clima prodigalmente genera; e che il sudiciume delle stanze e dei mobili moltiplica”. Viene descritto anche il proprietario degli alberghi, rappresentato come “inumano, con un cuore di selce, raccoglie l’oro mal guadagnato e le maledizioni degli ospiti suoi”. Deriva da qui il detto “Fuggi da Foggia…”? Ceva continua il suo viaggio verso sud, toccando Cerignola e Ordona che “era una casa rurale dei Gesuiti”. Poi giunge a Barletta che descrive con strade larghe ma tristi perché composte da “tinta bruna delle facciate; vi si sta in atto fabbricando un teatro che sarà poco inferiore a quello di Trani”. Questa dei teatri è una vera ossessione del Ceva Grimaldi che li inquadra come l’emblema culturale della città. Più grande e bello è il teatro più grande è la considerazione che il nostro viaggiatore ha della cultura dei suoi abitanti. Dopotutto è risaputo fino alla fine del XIX secolo il teatro rappresentava la massima espressione culturale. Commedie, tragedie, la lirica e i concerti di musica. Il tutto fatto per l’alta borghesia cittadina, che così poteva mettere in mostra il suo rango e la sua vanità. Ma a Barletta descrive anche i fatti della famosa “Disfida” e il Colosso “vestito come un fornaio” che lo storico Giannone “sostiene essere una statua d’Eraclio, che quell’Imperatore mandava in dono al santuario Gargano, e che un naufragio gittò sul lido di Barletta”.
 
Della vicina Trani parla molto del porto ed ovviamente del suo “teatro”, scrivendo come la città fosse “ben fabbricata, i suoi abitanti si trattengono soavemente in gentili brigate, amano il ballo e gli spettacoli: un incendio avendo alcuni anni fa consumato il teatro da essi formato, poco dopo ne innalzarono un altro anche più vago”. Purtroppo non una parola sulla splendida Cattedrale di San Nicola Pellegrino. Sich!
 
Si trasferisce quindi subito a Bisceglie, Molfetta e Giovinazzo distanti qualche chilometro l'una dell'altra e “cinte di mura e di torri. Esposte alle scorrerie de’ Saraceni la sicurezza e la difesa era il primo oggetto; il fortificarle il primo studio: quindi l’interno di esse è poco ridente”.
 
A Bari si sofferma sul dialetto cittadino definendolo “poco intellegibile”, ma viceversa sembra apprezzare molto le donne baresi, “particolarmente le donzelle, sono linde e ben fatte, l’acconciatura dei loro capelli con dei nastri intrecciati è graziosa, e ricorda le acconciature che trovansi talvolta nelle statue greche”. Ma bacchetta la città per l’assenza di un teatro decente. Siamo nel 1818 e il Piccinni non era ancora stato edificato ed il Petruzzelli nascerà quasi un secolo dopo. Infatti il teatro cittadino “ha tutte l’apparenza esterna di un carcere. Una città di diciannovemila anime non soffrirà certo questo rimprovero..”.
 
A Mola di Bari il Ceva dice di incontrare il primo albergo decente, pulito e curato. A Monopoli trova una città bella e popolosa ma un po’ sporca, composta da possenti mura di cinta e con un “buon castello e una buona cattedrale”. Anche qui critica il teatro.
 
Proseguendo verso sud si ferma ad alloggiare a Fasano dove “non vi è però veruna locanda né buona né cattiva per albergare i viaggiatori e senza l’ospitalità dei buoni monaci Antoniani, bisognerebbe passare la notte sotto le stelle”.
 
Ostuni è descritta come bella ma "poco regolarmente fabbricata. Qui cominciasi a vedere i cavalli forse i più alti del Regno..". Decanta lo spettacolo degli ulivi tra Fasano e Ostuni. Fino a Brindisi nessuna descrizione degna di nota. La città (all’epoca seimila abitanti) viene descritta soprattutto per il suo porto ma per “il resto è deserto, e più infelice sarebbe il suo stato se il nostro buon Re non avesse nella fine dello scorso secolo fatte rasciugare le paludi contigue alla città, e sparire le acque, che ristagnavano nell’interno cagioni di periodiche malattie nella state”.
 
Il viaggio prosegue con Otranto che viene ben descritta e decantata, soprattutto sotto l’aspetto storico e artistico. “La cattedrale ha pavimento a mosaico mirabile per l’epoca della sua costruzione, che vuolsi eseguita ai primi tempi dei Normanni, le colonne di granito orientale appartenevano ad un antico tempio di Minerva. Queste colonne sono gli unici avanzi di una città, le cui mura erano munite da cento torri e che ora come Taranto occupa il solo sito dell’antica rocca”. Poi prosegue per Santa Maria di Leuca, lì dove “cambia il mare in Ionio”, giunge a Gallipoli percorrendo un litorale poco popolato ma ben descritto sotto il profilo mitologico per il suo stretto rapporto con la cultura greca. Gallipoli viene descritta come una bella città commerciale con tanti stranieri (già da allora!) che cercavano ogni tipo di mercanzia.
 
Il suo viaggio in Terra d’Otranto prosegue verso Taranto, quella che lui definisce ex capitale,  E come dargli torto! Della città di Archita fa seguire una lode al suo passato. Ma la descrive con una bella lirica, dicendo che “ha la forma di una nave bagnata da ogni banda dal mare e chiude lo stretto dell'intimo seno del mar Ionio” per poi parlare delle conchiglie dal magico color porpora che qui si produceva. Prima di giungere a Lecce e Galatina, meta finale del suo racconto, passa da Martina, definita bella e ricca di fonti d’acqua e con donne che sanno ballare molto bene la pizzica, e transita da Oria, Francavilla e Manduria, soffermandosi più che altro sul loro interessante passato.
 
Di Lecce ne fa una descrizione più che altro storica, non apprezzando particolarmente il suo barocco (“edifici di povera architettura”), ma ne decanta i giardini interni, il castello. Non parla del Duomo né di Santa Croce o San Cataldo. Cita invece “la porta di Napoli (che) è ornata da magnifico arco trionfale, dedicato dai grati leccesi all’imperatore Carlo V. Nessun fonte rallegra la città: l’unico che vi esiste nella piazza maggiore è secco”. Si rallegra invece del suo teatro che è il più bello della provincia. A Galatina termina la sua descrizione del viaggio, definita “una delle piu belle citta della provincia” e con una Basilica, quella di Santa Caterina, definito “tempio su modello del celebre monastero sul Monte Sinai”.
Vito Telesca
 
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