L’incantesimo del Bisso salentino. L’oro dei pescatori

Seta di mare, tradizioni e tecniche

Nel Golfo di Taranto il centro produttivo più importante del bisso dal Medioevo all’Unità d’Italia.

Nell’antica Grecia era il tessuto per persone di un certo rango, decorava le case dei ricchi e diventava oggetto prezioso di scambi. La tradizione greca si trasferì nelle colonie del sud Italia dove ebbe uno sviluppo rapido e diffuso. Parliamo del Bisso o “seta del mare”. È una fibra che si ottiene da un grande mollusco, chiamato Pinna (o Cozza Penna) presente nei mari caldi del mediterraneo. Del Bisso si trovano riferimenti nella bibbia (il vestito di Re Salomone era in Bisso), ma ne hanno parlato anche Aristotele, Giacomo da Lentini, Gianbattista Marini e altri. In ogni epoca c’è un accenno, un piccolissimo riferimento al Bisso. Segno delsuo valore e della sua ricercatezza. Era uno dei regali più apprezzati dalle dame di corte, dagli ambasciatori e addirittura era un tessuto ornamentale per le chiese più importanti. Luccicava, era pieno di virtù anche termiche ed era apprezzato dai potenti. La Puglia vanta la tradizione più antica e radicata nella raccolta del Bisso e della sua lavorazione, anche se non è sua esclusiva esistendo comunità in Sicilia ed in Sardegna legate a questa tradizione. Un procedimento meticoloso, lento, intriso di virtù quali la fermezza, la pazienza, l’applicazione, l’amore. Il Golfo di Taranto rappresenta il centro produttivo più importante del Bisso, dalla caduta dell’Impero Romano fino all’Unità d’Italia. Nel Medioevo i pescatori si specializzarono nella raccolta della “seta marina” affinando le tecniche di raccolta e mettendo a frutto il loro enorme bagaglio di conoscenza marina.Il Bisso è un prodotto della Nacchera, o Pinna Nobilis, la più grande bivalvedei nostri mari e può raggiungere gli 80 cm di grandezza. I suoi filamenti, il Bisso appunto, hanno una triplice funzione per il mollusco: difensiva, di nutrimento e di movimento o permanenza in luoghi ad esso adatti. Il Bisso infatti permette alla “Penna Nobilis” di aggrapparsi al fondale.La “Provincia di Terra d’Otranto”raggiunse l’apice produttivo del Bisso tra il XIII e il XVIII secolo. Numerosi furono i laboratori di Bisso che in tutto il Salento si aprirono (e qualche anziano resiste ancora!). La raccolta veniva eseguita prettamente sulla costa Ionica, tra Ugento, Gallipoli, Porto Cesareo, San Pietro in Bevagna e in tutta la costa a ovest verso Metaponto. La costa ionica possiede quelle caratteristiche geomorfologiche e termiche ideali per il Bisso ma esistono (anche oggi) presenze del mollusco anche nel versante adriatico, a nord di Otranto, nel tratto sabbioso a nord di Brindisi e sulla costa tra Ostuni e Fasano. Seppur ben delimitato come area di produzione il nome dato dai “pescatori” cambiava da zona a zona nel Salento: a Taranto era chiamato “Lanapinna” o paricedda (in dialetto parëceddë). Nella zona più a sud era chiamato “lana penne” o parcieddrhu. Nell’area fasanese e quindi ai confini della penisola Salentina, il mollusco è tuttora chiamato cozzapinn. Anche alcune località salentine hanno come riferimento il magico mollusco. Al di la del discorso terminologico, la produzione era identica in tutta l’area salentina ed aveva bisogno di cure particolari perché se il tessuto non fosse stato trattato adeguatamente esso tendeva a divenire fragile e a non reggere troppo il peso degli anni. Da qui deriva la carenza di reperti relativi acapi prodotti in Bisso in età antecedente al XIV secolo. Il capo più antico attualmente ritrovato è relativo a un berretto del XIV secolo ritrovato in una tomba in seguito al restauro della basilica di Saint-Denis a Parigi. Parigi infatti, dopo la rivoluzione, divenne il centro commerciale più importante per la moda e per i tessuti, e non è un caso che il cappello di Bisso sia stato rinvenuto proprio nella capitale francese. Proprio alla fiera di Parigii produttori salentini e tarantini portavano i loro capi che erano pagati a peso d’oro (infatti il Bisso venne anche chiamato “la seta d’oro del mare”, anche per lì’aspetto cromatico. La lavorazione del Bisso non è mai diventata di tipo industriale. Sembra come se il Bisso non abbia mai voluto diventare un prodotto di massa e di facile guadagno e produzione, conservando in sé segreti e tecniche che lo hanno tenuto lontano dalle macchine e dall’industria tessile. Si è conservato invece il suo carattere familiare, artigianale e tradizionale. Infatti nemmeno nel medioevo si costituirono laboratori e scuole a Taranto, ma si è tramandata la produzione del pregiato tessuto di padre in figlio creando, al massimo, collaborazioni tra pescatori, filatori e tessitori, creando una piccola filiera produttiva ma che nulla aveva di industriale. Il perché di questo incantesimo è dato proprio dalle sue fasi, lente e delicate, che nessuna macchina può compiere. La raccolta veniva fatta cercando di prendere solo il filamento della Penna, lasciando il mollusco intatto e quindi non utilizzandolo per scopi alimentari, ma trattandolo esclusivamente come fonte per la produzione di nuovo Bisso. Una volta raccolto il pescatore lo vendeva alle famiglie di filatori. Questi avevano l’arduo compito di far dissalare il Bisso immergendolo in acqua dolce. Questa fase duravafino ai 30 giorni. Il Bisso veniva poi fatto asciugare gradatamente senza il contatto diretto coi raggi del sole ma sfruttando l’ombra di boschi delle aree collinari interne della penisola salentina, coni tanti boschi di pino e macchia mediterranea, fondamentali per la sua essiccazione graduale. Un’essiccazione che doveva necessariamente farsi fuori dalle mura cittadine per l’odore non proprio piacevole che il Bisso emanava durante il processo di dissalazione ed essiccazione. Un ruolo fondamentale devono averlo rivestito le fonti di acqua dolce che il litorale ionico aveva: i fiumi Tara, Lenne (non si esclude che il nome del fiume derivi proprio dal nome del Mollusco “Pinna nobilis linneo”), il Galeso (che era forse sfruttato quasi esclusivamente per le procedure di dissalazione), il Chidro e finanche la foce del Bradano (ma non si hanno notizie in tal senso). Dopo l’essiccatura e il trattamento con varie sostanze, utili per renderne resistente la fibra alle lavorazioni successive, si giungeva alla cordatura e poi alla filatura. Queste ultime due operazioni erano eseguite prettamente da donnegrazie alle dita più sottili e agili delle “mani” femminili, ma sfruttando anche altre caratteristiche più “materne” quali l’amore, la pazienza, la cura e la delicatezza che erano elementi di fondamentale importanza. Il tempo e la sua lentezza eranocondizioni necessarie e fondamentali. Viceversa gli uomini erano impiegati nel raccolto, nei trasporti e nella vendita sui mercati lontani.Anche la tessitura era una fase delicata e importantissima ma era sempre e soltanto eseguita sotto il profilo familiare, artigianale e quindi “di bottega”. I lavori erano molto spesso commissionati e la produzione dei capi era di diversa natura: cravatte, calze, berretti, sottane, mantelli di pregio, guanti. Erano molto apprezzate le produzioni delle Monache dei monasteri di Santa Chiara e San Giovanni Battista di Taranto. Queste ultime seppero anche creare una scuola ma relativa alla sola tessitura. La resa del Bisso filato era molto bassa. Si è calcolato che fosse di appena il 15/20 per cento sul prodotto raccolto.Monsignor Capecelatro tentò, alle fine del 1770, di trasformare Taranto in un centro produttivo di natura industriale ma, pur con tutti gli sforzi profusi e pur diffondendo il Bisso tarantino ovunque in Italia e in Europa, non riuscì a rompere “l’incantesimo del Bisso” che rimase sempre e soltanto un’arte per pochi. Oggi la Pinna nobilis è un mollusco protetto ed in via di estinzione, così come è in via di estinzione l’arte della sua lavorazione che resiste soltanto per opera di qualche artigiano ormai ben oltre i settantenni d’età.