
Il mistero della provenienza del Codex Purpureus di Rossano
Evangeliario greco miniato su pergamena porpora, V-VI secolo, forse da Antiochia o Costantinopoli.
“Beatissimo Padre. Il Clero e Publico della Città di Rossano prostrati a’ piedi della S.V. le fanno sapere, come nella Chiesa Metropolitana di detta Città, quale prima officiava sotto il rito greco, e poi da più secoli in qua fu introdotto il rito Latino; e perché si ritrovano quantità di libri greci con lettere e figure dorate e miniate, formate sopra fogli di corteccia d’alberi, quali libri si teneano in gran stima per l’antichità e singolarità”. Questo quanto riporta un Memoriale del 1705, conservato presso l’Archivio Vaticano, inviato a papa Clemente XI dal clero di Rossano Calabro in cerca di protezione dall’arcivescovo Adeodati. I sacerdoti di Rossano ammettono che nel loro territorio sono conservati testi rari e pregiati, ornati di oro e pietre preziose e tenuti “in gran stima”. Il clero si riferiva al Codex Purpureus (dal colore delle sue pagine), ovvero un Evangeliario greco miniato databile tra il V e il VI secolo, proveniente probabilmente dalla prospera Antiochia, ma non è esclusa una derivazione dall’area di Cesarea in Palestina, ad Alessandria d’Egitto oppure, e lo vedremo, direttamente a Costantinopoli. Il prezioso libro è composto da carta pergamenata di color porpora. Il testo manoscritto in lettere onciali d’argento, contiene i Vangeli di Marco e Matteo rigorosamente in lingua greca. Il testo contiene le prime 3 righe di ciascun Vangelo scritte con l’oro. Notevolissime le quindici miniature riprodotte, che trattano varie scene del Vangelo e che si collegano alle celebrazioni della settimana santa bizantina. Che destinazione aveva questo Evangelario? E perché tanto sfarzo? La presenza di due vangeli (Marco e Matteo appunto) ne fanno un libro con destinazione prettamente liturgica confermata anche dalle miniature (come ad esempio la riproduzione dell’ultima Cena e la lavanda dei piedi (tav. 5) o quella di Gesù nell’orto del Getsemani (tav. 8). Ma lo sfarzo della sua composizione, il carattere anche artistico dell’opera, rinvia ad una proprietà o commissione nobile o almeno di committenza di un certo rango sociale, direi aristocratico. Solo una personalità molto in vista, ricca e importante poteva nel V secolo commissionare un’opera simile e decorarla con oro e argento. Seguendo questa intuizione potremmo definire il Codex un oggetto da parato, ovvero commissionato per essere mostrato con vanto e orgoglio nell’abitazione del proprio possessore. Oppure il libro miniato era un oggetto destinato alla redenzione del proprio committente, quindi il Codex veniva regalato ad un monastero (o anche ad un sacerdote o un monaco) per poter ottenere la salvezza perpetua della propria anima. Altra domanda che gli storici si pongono è la seguente: come ha potuto il Codex Purpureus giungere fino a Santa Maria del Patire, ovvero il Patirion di Rossano Calabro, sulla cosiddetta Sila Greca? Ricordiamo, solo per dovere di cronaca storica, che il Patirion era uno dei più importanti centri monastici italo greci dell’Italia meridionale, insieme a San Nicola di Casole a Otranto, entrambi voluti ed edificati dai principi Normanni (Roberto il Guiscardo, Marco Boemondo d’Altavilla, Guglielmo, ecc..) per rendere più confortevole ed “istituzionale” l’antica presenza dei monaci basiliani in questo lembo d’Italia. Il Patirion venne edificato grossomodo nel XII secolo, ma non sappiamo da quanto il Codex fosse qui conservato. Probabilmente era nella custodia dei monaci di Rossano già prima della loro sistemazione nella nuova struttura basilicale. Ma come? E quando? Non può essere stato riprodotto in territorio italiano, né a Casole né a Rossano. Questa ipotesi la si scarta a priori perché i monaci italo-greci non possedevano strumenti, maestranze e materiali tali per riprodurre libri così preziosi (anche metalli e pietre ritrovabili solo in Turchia o in medio oriente). Poi perché si tratta di un libro unico nel suo genere nel sud Italia e pertanto perché mai lo scriptorium di Rossano ha sfornato solo questo esemplare nella sua secolare storia e non anche altri? Quindi il Codex è stato “importato” sicuramente da qualcuno e messo nelle mani dei monaci di Rossano Calabro. Le tesi più “forti” su questo argomento sono tre. La prima vede il Codex importato da alcuni monaci melchiti in fuga dall’Oriente a causa della persecuzione iconoclasta dell’Imperatore Leone tra l’VIII-IX secolo. Essi riuscirono a salvare alcune opere e a condurle in luoghi nascosti tra le montagne e le grotte dell’Italia Meridionale dove si aggregarono a comunità cenobitiche italo-greche preesistenti. Altra tesi, meno probabile, è che un nobile bizantino abbia donato il Codex ad una comunità di monaci calabresi, forse in un viaggio istituzionale, o più probabilmente per un suo trasferimento governativo da Bisanzio alla periferia dell’impero e da questi abbia contestualmente ricevuto la promessa di preghiere e indulgenze. La terza tesi non esclude le prime. Il Codex era un Evangelario di proprietà di San Giovanni Calibita. Vissuto a Costantinopoli, Giovanni a soli 12 anni lasciò la propria ricchissima famiglia per rinchiudersi in un monastero degli Acemeti. La particolarità di questi monaci è prendere il Vangelo come regola comunitaria e di vita e per questo portano sempre con sé una copia del vangelo. Unico strumento di vita e di salvezza. Secondo il Martirologio Romano San Giovanni Calibíta abitò per qualche tempo in un luogo appartato nei pressi della casa paterna, nascosto in un tugurio, chiamato “kalýbe” (anfratto, baracca) nascosto alla vista degli stessi genitori che non lo riconobbero, scambiandolo per un mendicante qualsiasi. Soltanto dopo la sua morte venne identificato grazie a un codice aureo dei Vangeli che Giovanni conservava gelosamente nel suo rifugio. L’Evangelario di oro e argento venne donato dagli stessi genitori quando decise di lasciare l’abitazione per entrare nel monastero! Pertanto Giovanni morì molto presto ma conservò il suo evangelario e la sua morte provocò grande tristezza nell'animo dei genitori, i quali convertirono il loro sfarzoso ed enorme palazzo in una casa di accoglienza per mendicanti e pellegrini. Nello stesso luogo dove alloggiava il santo, ovvero una capanna tra l’altro fatta costruire dal padre, eressero una chiesa in suo onore. Che quell’Evangelario di San Giovanni Calibita sia lo stesso di Rossano e conservato dal XII secolo dai monaci della Sila Greca è tutto da dimostrare, ma non lo possiamo nemmeno escludere viste le tante coincidenze tra i due testi. Per circa un secolo il Codex è stato conservato presso il Museo diocesano di Arte sacra di Rossano, ma il precario stato conservativo ne ha comportato il trasferimento presso l'Istituto di Conservazione e Restauro del Patrimonio Archivistico e Librario di Roma per alcune analisi. Il prezioso manufatto è stato dichiarato nel 2015 patrimonio dell'Unesco.