
La lunga strada di Giovanni da Matera
Dalla Lucania alla Puglia, fondazioni, visioni e la rete dei cenobi pulsanesi.
Giovanni lasciò la sua casa nel Sasso Caveoso, a notte fonda. In famiglia tutti sapevano della sua vocazione, ma nessuno credeva che quel fanciullo, ancora in tenera età, potesse lasciare Matera e la sua casa prima del tempo. Non portò nulla con sé a parte la sua voglia di essere in continuo movimento, in giro per il regno normanno, nel nome di Cristo. Prima a Taranto, in un monastero italo-greco, poi in Sicilia e in Calabria. Ritornò a pochi chilometri dalla sua Lucania dopo aver passato i primi anni della sua vocazione privandosi di qualsiasi cosa. La cultura assimilata nel monastero di Taranto lo temprò e lo preparò alla lettura e alla predicazione. A Ginosa iniziò quindi la sua vera attitudine: riuscire a convincere la gente sulla bontà dell’opera divina. Divenne quindi fortemente attraente nello spirito e aggregante nelle sue convinzioni e iniziò qui, lungo la valle del Bradano, a raccogliere il primo nucleo di uomini uniti nella predicazione e nella povertà. Nelle campagne di Ginosa la piccola comunità monastica (senza alcun ordine) riuscì anche a rimettere in sesto una chiesa dedicata a San Pietro (non senza problemi). Il nome del giovane monaco lucano si diffuse e crebbe in fretta. Ma la sua strada era ancora lontana dall’essere definitiva e tracciata. Tutto doveva ancora essere scritto e percorso. Partì nuovamente e si diresse prima verso Capua, poi verso l’Irpinia, a Nusco, dove incontrò una seconda volta il suo confratello Guglielmo (G. da Vercelli, fondatore di Montevergine), già conosciuto a Ginosa e pertanto già buoni amici. Ripartì fermandosi per diverso tempo a Bari. Qui venne prima accusato di ingiurie contro l’aristocrazia locale, e poi anche contro il clero. Venne assolto completamente dalle accuse di blasfemia. Lasciò Bari per compiere un pellegrinaggio di ringraziamento al Santuario di San Michele Arcangelo. E qui si verifica la svolta della sua missione. Nel santuario garganico apparve la mano di “una donna, degnissima di venerazione per l’aspetto di serena pietà, con la mano gli indicò dove dovesse andare per edificare una chiesa”. Ciro Angelillis si addentra ancora di più e meglio nella leggenda della mano misteriosa: “Narra la leggenda che un giorno, trovandosi egli a pregare in Monte Sant’Angelo nella sacra Grotta di San Michele, ebbe la visione della Vergine, la quale, prendendolo per un braccio, gl’indicò con l’altra mano il luogo dov’egli si doveva recare a compiere la sua missione. In alto si librava con le ali aperte l’Arcangelo stesso che indicava al pio eremita il posto e gli si offriva di accompagnarlo”. Il particolare ben raccontato dallo storico montanaro, da tenere in considerazione, è l’immagine della Madonna che con una mano prende il braccio (il polso) di Giovanni e con l’altra indica la via. La Madonna che “indica la via” è per l’iconografia sacra, e specie bizantina, la Madonna dell’Odegitria. Obbedendo all’indicazione della donna si diresse nel posto indicato dalla mano misteriosa e qui vi trovò, sulle asperità di un monte, i resti di un luogo di culto distrutto dalle varie incursioni saracene e dai terremoti. La riscoperta del sito e la successiva rifondazione ad opera del nuovo ordine, secondo la leggenda durò “sette settimane”. Ovvero quei “sette sabati” che vengono contemplati anche oggi in particolari devozioni del culto della Madonna di Pulsano, e che diedero vita anche ai “sette cragni”,ovvero i cumuli di pietra con croce che accompagnavano il pellegrino da Pulsano a Monte Sant’Angelo, come stazioni della Via Crucis. La strada di Giovanni inizia a prendere forma. Dopo soli sei mesi dall’insediamento il monastero raggiunse l’aggregazione di 50 monaci e si fece subito conoscere per il rigore della regola scelta (quella benedettina ma in forme ancor più severe e restrittive). Fu inoltre apprezzato per una sempre migliore sistemazione degli ambienti, non solo dediti alla preghiera e al ricovero per i monaci, ma anche per la cura degli ospiti che, da queste parti, erano sempre tanti. Non mancavano biblioteca e scriptorium per i monaci più colti. Vestivano di bianco, con uno scapolare nero con cappuccio e rigorosamente senza scarpe. La Congregazione monastica degli “Scalzi” si ingrandì molto velocemente, ricevendo concessioni e terre anche da regnanti e signori, erano infatti entrati nelle grazie non solo di Papa Innocenzo II ma anche di Re Ruggero. Le concessioni spinsero la congregazione a fondare altri monasteri, come ad esempio presso la chiesa di s. Giacomo a Foggia e altri 40 cenobi sparsi ovunque.Vennero inoltre fondate due grandi comunità in Dalmazia, a Miljet e Hvar, proprio di fronte alle coste del Gargano. La strada di Giovanni da Matera era dunque questa! Lo storico tedesco Von Keysserlinghk ha battezzato come “Johanes Schuler” la strada degli eremi e delle abbazie del Gargano, ovvero il “sentiero o direttrice del discepolo di Giovanni eremita”. Questa strada è lunga quasi cinquanta chilometri e percorre il Gargano da sud a nord-est. È quindi il percorso che il Santo disegnò idealmente per la fondazione dei suoi cenobi. Nello specifico il punto di partenza era il complesso di San Leonardo in Lama Volara, passava dalla Basilica di Siponto e poi saliva il ripido pendio montuoso verso contrada Pulsano, quindi faceva tappa proprio nell’abbazia omonima. La strada continuava verso la città di Monte Sant’Angelo dove, esattamente a metà strada, si incontrava il monastero femminile di San Barnaba per poi giungere (tappa obbligata) nella grotta micaelica di Monte Sant’Angelo. Ma questo non era affatto il punto d’arrivo, anzi! Il percorso continuava scendendo nuovamente a valle in direzione Mattinata, verso un altro monastero pulsanese, quello di Santo Stefano, per poi risalire ancora verso l’interno fino all’abbazia della Santissima Trinità, fino a Vieste. Qui una stradina interna conduceva all’abbazia di Santa Maria di Càlena a Peschici e, oltrepassando il mare, ci si “imbarcava” verso l’abbazia di Santa Maria a Mare delle isole Tremiti. Da Vieste, idealmente, si potrebbe anche tracciare la via marittima verso la Croazia, in direzione delle abbazie pulsanesi di Miljet e Hvar. Insomma.. ne ha percorsa molta di strada Giovanni da Matera! Anche alle donne venne data l’opportunità di entrare nella Congregazione ma in un convento separato, a metà strada tra Pulsano e Monte Sant’Angelo. Il monastero di San Barnaba era infatti a pochi passi da quello maschile di Pulsano ed era il monastero femminile prediletto dall’Abate Giovanni. La predilezione dell’Abate verso questo monastero era dovuta alla presenza della Beata Torra, una figura mistica ricordata nell’obituario del 7 aprile come: “Torra, Mater omnium pulanensium monachorum” ovvero“Torra, Madre di tutti i monaci pulsanesi”. Questo monastero era sotto il diretto controllo dell’abate Giovanni, attraverso il supporto di un monaco-guida. Ed è proprio in questo monastero che successe l’imponderabile: una ribellione interna al monastero femminile che rattristò molto Giovanni. L’insurrezione scoppiò proprio nei confronti dell’abate lucano, sfociando addirittura nell’apostasia. Le sorelle pulsanesi arrivarono al punto di schierarsi con l’antipapa Anacleto II contro il pontefice Innocenzo II, il tutto per ottenere l’autonomia gestionale del monastero. Secondo i documenti pare che le protagoniste della rivolta vennero trasferite nel convento di Santa Cecilia. L’episodio costrinse l’Abate Giovanni a promuovere una spiritualità ancor più restrittiva per il ramo femminile anche se accolse, seppur appena parzialmente, le istanze della rivolta. Da quel momento San Barnaba continuò ad essere occupato da quelle sorelle non partecipi della rivolta. Infatti sembra che il monastero femminile raggiunse il suo apice dopo la morte di San Giovanni da Matera, ovvero con l’abate Gioele, che resse la Congregazione dei Pulsanesi dal 1145 al 1177. Gioele quindi raccolse l’eredità di San Giovanni all’indomani della sua morte e dopo dieci anni di guida dell’attività monastica a capo della grande famiglia, riconosciuta da tutti come “Ordine degli Eremiti Pulsanesi”. Giovanni morì nel suo monastero di Foggia il 20 giugno del 1139 e lì venne anche sepolto. Ma la strada di Giovanni era di nuovo verso casa, perché le sue spoglie vennero ricondotte nella sua città, nella cattedrale di Matera, dove sono ancora oggi venerate.