La cancelleria normanno-sveva e il capuano Pier delle Vigne

Giudice, cancelliere e tragedia di corte

Quanti notai amministrarono la cancelleria di Federico II? Molti, tra cui spicca Pier delle Vigne.

A quanti notai Federico II affidò l’incarico di amministrare la sua cancelleria? Talmente tanti che è difficile stilarne un elenco. Potremmo azzardare l’elencazione dei maggiori, questo si, ma sarebbe comunque un lavoro scorretto e parziale. Ma ci proviamo. Innanzitutto va premesso che con il termine “cancelleria regia” si intende quell’ufficio che curava all’interno di una corte la stesura dei documenti di un sovrano. Potremmo parlare, seppur impropriamente, di “ufficio” (perché si trattava di un gruppo di persone e non solo di un notaio) soltanto con l’avvento di Federico II, che in un certo modo “istituzionalizzò” la cancelleria, regolamentandola e dotandola di strumenti e norme utili ad elevarla professionalmente. L’uso della cancelleria di corte è ritrovabile già dai tempi del normanno Roberto il Guiscardo, anche se era ascrivibile ad un solo funzionario di corte, un uomo di fede, ovvero un cappellano, che “annotava” e scriveva i documenti regi. Già sotto Ruggero II la situazione della cancelleria cambiò modalità perché non si parlava più di un solo cancelliere, ma di uno staff al servizio regio e soprattutto di stampo laico. Come detto l’ufficio di cancelleria acquistò i connotati di una istituzione ben regolamentata solo sotto Federico II che, nella sua costituzione di Melfi (1231) vietò la professione ai chierici (che non potevano essere né giudici né notai), anche se non escluse l’utilizzo di notai di stampo ecclesiastico nella cancelleria imperiale. Detto questo, sempre rimanendo nell’ambito normanno, è curioso sottolineare come sotto la reggenza della madre di Federico II si ebbe una produzione enorme di documenti regi, scritti da non più di 5/6 notai, di cui anche uno di origine greca ed un ebreo. Tra Ruggiero II e Costanza D’Altavilla si contano oltre 450 documenti tramandati. La provenienza dei notai sotto Ruggero II era quasi un’esclusiva della terra siciliana, mentre con Federico II si ha una predominanza appulo-campana, con un’estrazione sociale abbastanza elevata e il ruolo era rintracciabile basandosi sulla parentela, su legami personali e famigliari. Almeno inizialmente, perché poi divenne un ruolo troppo importante e molto professionale. Infatti il primo notaio federiciano fu Leone da Matera, “ereditato” dalla madre Costanza, che aveva nel suo “ufficio” tre suoi parenti: Procopio (suo fratello), Pantaleone e Tommaso. Quindi una selezione del tutto autonoma e circoscritta alla stretta cerchia famigliare e non mancavano episodi di clientelismo e abusi di poteri in seno all’ufficio. Ma fu una piccola eccezione perché poi lo svevo decise per un notevole cambio di passo, anche se non è certa una iniziale selezione derivante da “scuole” specifiche (come l’Università di Bologna ed esempio), così come l’appellativo “magister” non era sinonimo di eccellenza nel ramo giurisprudenziale o nel proprio ramo. Infatti nel sud Italia questa “etichetta” nel medioevo era utilizzata anche in ambito edile, artigianale e artistico. Anzi, pare che in epoca federiciana il titolo di magister fosse un po’ scimmiottato, perché usato solo per far leva sui soggetti più creduloni. Ma col tempo l’attingere dalle università fu la prassi più usata. Tra i primi e più longevi cancellieri dell’imperatore Federico II troviamo senza ombra di dubbio Pier Delle Vigne, nato a Capua tra il 1190 e il 1200. Pare che sia, dai più, accreditata la sua preparazione accademica in quel di Bologna, ma quel che pare ormai assodato è la sua origine tutt’altro che povera (smentendo alcuni documenti storici) grazie anche a suo padre, tal Angelo de Vinea, che in un documento capuano del 1219 figura essere “iudex Angelus”. Quindi figlio d’arte, arricchitosi culturalmente sotto Giacomo (1227-1242), canonico della cattedrale di Capua. La prima firma riconosciuta al Delle Vigne è datata 1224, firmandosi proprio a Capua come “magne imperialis curie iudex” in qualità di giudice del tribunale. La svolta avvenne per “conoscenza” indiretta, perché sembra che Pier delle Vigne fosse stato “raccomandato” da un pezzo da novanta della corte federiciana, ovvero Berardo di Castagna, intorno al 1235 e che fosse giunto a corte praticamente subito, affiancandosi ad altri notai e letterati alle dipendenza di Federico II. Infatti pare che abbia redatto la maggior parte delle lettere imperiali negli anni compresi fra il 1236 e il 1248. Tra i suoi colleghi di corte nel 1245 c’erano Nicola da Rocca, Terrisio di Atina e Taddeo da Sessa ed altri minori al più sconosciuti, quasi tutti provenienti dalla zona tra il basso Lazio e la Campania. Ma Pier delle Vigne si distinse da subito anche per le sue qualità diplomatiche e letterarie. Infatti era un profondo conoscitore dei testi sacri, del diritto, discorreva di economia e di letteratura. Conosceva anche molto bene la vita di corte, fatta di invidie e congiure continue. Anche ai suoi danni. Si narra che l’imperatore disse a Pier “amami e pascola il mio gregge”. Federico II era amante della giustizia e pertanto affidò al suo fido notaro “il complesso delle leggi che guidavano il popolo”, per poter costruire uno stato forte con fondamenta giuridiche solidissime. Ed in effetti anche il notaio di corte imperiale Nicola da Rocca definì Pier delle Vigne un “apostolo” fedelissimo che “si adoperò sempre nell’applicazione dei principi della virtù e nella lotta agli errori”. Pier riconosceva a Federico II la qualità filosofica di “Forma Boni”, Forma del Bene, “che dà ordine al caos e riconcilia gli opposti elementi della natura”. Pier delle Vigne è stato rappresentato in un dipinto nel palazzo di Napoli su una cattedra, mentre Federico II su un trono, segno evidente di chi era la mente che escogitava strategie e linee guida di una fortuna politica enorme. Disse ancora Federico II di lui: “Questo è colui che vi darà le leggi a mio nome, è il giudice Pietro di cognome Vigna”. Ma tanto successo, tanta considerazione, ebbero una tragica fine, conclusasi in un complotto ai suoi danni. Tutta la corte federiciana si scagliò contro Pier delle Vigne. Unico a non credere al complotto fu l’ultimo notaio Federiciano, Nicola da Rocca, che descriveva Pier delle Vigne come uomo fedele allo Svevo fino al punto di morte. Teoria ripresa anche da Dante nel canto XIII dell’inferno. Ma i nemici cortigiani di Pier delle Vigne orchestrarono un complotto tale da imprigionarlo con l’accusa di corruzione. Le sue ricchezze, secondo gli invidiosi, erano il frutto “di favori dispensati in quegli anni di amministrazione del regno”. Pier delle Vigne si narra che abbia trovato la morte fracassandosi da solo la testa tra le mura del carcere e dopo atroci sofferenze ed umiliazioni. Il suo testimone venne raccolto, come detto, da Nicola da Rocca che ebbe il triste compito di scrivere la lettera con cui Manfredi annunciava la morte di Federico II al fratello Corrado. I cancellieri al servizio del sovrano facevano anche questo. Canto XIII – Inferno Divina Commedia Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi; fede portai al glorïoso offizio, tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. La meretrice che mai da l’ospizio di Cesare non torse li occhi putti, morte comune e de le corti vizio, infiammò contra me li animi tutti; e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. L’animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto. Per le nove radici d’esto legno vi giuro che già mai non ruppi fede al mio segnor, che fu d’onor sì degno. E se di voi alcun nel mondo riede, conforti la memoria mia, che giace ancor del colpo che ’nvidia le diede". Un poco attese, e poi "Da ch’el si tace", disse ’l poeta a me, "non perder l’ora; ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace".