Una chiesetta sulla via Francigena: Santa Maria alle Grotte a Rocchetta sul Volturno (Isernia)

Eremi, pellegrini, affreschi e stratificazioni

Alle pendici meridionali dei Monti della Meta, tra Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, un lembo di terra al centro di importanti assi viari.

Alle pendici meridionali dei Monti della Meta, stretta tra Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, troviamo un lembo di terra in provincia di Isernia che negli anni è stata al centro di importanti assi viari. Hanno attraversato questa zona pellegrini e viandanti, commercianti e pastori. Chi da Roma doveva raggiungere l’adriatico passava necessariamente per Montecassino e poi aveva come tappa obbligata Rocchetta al Volturno e il suo monastero benedettino di San Vincenzo. Ma su questa strada c’era nel medioevo ed in età moderna, una tappa “minore”, ma non certo meno importante: il complesso di Santa Maria alle grotte. Il sito dista pochi chilometri dalla badia di San Vincenzo ed è posizionata a sud-est di Rocchetta a Volturno. Il primo insediamento nacque su grotte naturali, come luogo di preghiera per i monaci eremiti. Abbiamo già argomentato sulle pagine di questo giornale, trattando il complesso di San Michele Arcangelo in Padula, come l’utilizzo delle grotte in età pagana fosse molto diffuso per il simbolico contatto che la divinità offriva all’uomo. La grotta era la porta di accesso verso l’infinito, il mistero divino, una porzione di sacralità naturale offerta agli uomini. Con la cristianizzazione del territorio la grotta si trasformò in luogo di Dio, ma anche in pensatoio. La grotta si trasforma nel “ventre” di Maria, origine della salvezza dell’uomo. Qui si può pertanto ricevere il perdono, la santificazione, la salvezza. L’uso della grotta per fini eremitici non è slegato dalla presenza del Monastero di Montecassino e luogo simbolo dei benedettini nel mondo. Ma la grotta era inizialmente il rifugio per monaci solitari, magari in cerca di vocazione. Poi il luogo divenne un complesso monastico vero e proprio, con una comunità di monaci più o meno stabile che si dedicava anche alla pastorizia e all’agricoltura, alla produzione di olio e miele. Divenne anche punto di ristoro per pellegrini, diretti in Terrasanta o di rientro. Crocevia di culture, di lingue e di popoli, Rocchetta al Volturno e la sua grotta divennero molto di più che una semplice tappa transitoria. L’esistenza di una comunità ben organizzata è testimoniata anche dal ritrovamento di una campana, datata 1331 e custodita nel campanile della basilica di San Vincenzo, con un’iscrizione inequivocabile: “FRATER FRANGISCUS DE VULDE REGIA, PRIOREM DE GRIPTIS”. Pertanto c’era una chiesa con una campana ed un priore a gestire il complesso. Da sempre il Molise è la cerniera tra nord e sud dell’Italia e dell’Europa così come Montecassino divenne il centro di raccordo tra il monachesimo italo-greco e quello di matrice latina. Non scontro tra riti diversi, ma incontro tra modi di pensare la cristianità e di scriverla, leggerla, raccontarla e dipingerla. A Santa Maria alle Grotta troviamo un’architettura fatta da trame romaniche e gotiche, con un corredo decorativo che ha chiare le influenze derivanti da diverse provenienze culturali. Anche le pitture al suo interno si rifanno a stili e modelli bizantino-cassinesi e quelle più tarde allo stile gotico-angioino della vicina Napoli. Come accade in quasi tutte le chiese rupestri anche la chiesa di Santa Maria alle Grotte di Rocchetta al Volturno presenta diverse datazioni di affreschi riferibili ad almeno tre periodi. Il più antico ciclo pittorico lo troviamo affrescato sulla parete di roccia naturale ed è dedicato alla vita di Gesù. Questi affreschi sono databili fine XIII e inizio XIV secolo. L’impianto iconografico di queste pitture riflette inequivocabilmente ascendenze tardo-comnene, quindi di provenienza bizantino-balcanica, ma già interessate da evidenti riflessi gotico-angioini e finanche di influenza umbra, segno di un cambio di passo artistico-culturale che si andava sviluppando in quegli anni. La chiesa, come detto in precedenza, successivamente subì delle modifiche strutturali, degli ampliamenti voluti dall’uomo, tanto da diventare non più semplice chiesetta di montagna, ma luogo di culto e di preghiera per una comunità intera. Quindi le pareti in pietra che dividono le navate posseggono cicli di affreschi con una datazione successiva e si riferiscono a icone di Santi, frutto probabilmente di un “via vai” continuo di pellegrini e di chierici che lasciavano qui la loro devozione e il loro “voto” ai santi più diversi, di ispirazione bizantina (San Giorgio, Santa Margherita o Marina di Antiochia e San Nicola, sono immancabili anche qui) così come i santi di origine provenzale (il culto della Maddalena ad esempio, portato in Italia proprio dagli Angioni). Emblematica anche la presenza di San Cristoforo, protettore dei pellegrini e dei traghettatori, invocato anche dai mercanti durante i loro tragitti. La presenza di questo santo nel corredo iconografico di Rocchetta al Volturno ci dà la conferma di come la chiesa sia stata nella sua storia molto più che una semplice tappa di ristoro, ma un punto di raccordo lungo il percorso della via Francigena percorsa quotidianamente da pellegrini e crociati che da ogni parte d’Europa raggiungevano prima il Monte Gargano, poi la Basilica di San Nicola a Bari ed infine altri porti della Puglia (Brindisi soprattutto) trampolino verso l’amata e ambita Gerusalemme.